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28 septembre

3° Appuntamento - Il Laocoonte

3° Appuntamento - IL LAOCOONTE
 
 

La storia

Di Laocoonte ci parla Virgilio nel libro secondo dell’Eneide. Enea, nel suo viaggio verso l’Italia approda alla corte di Didone. Silenti ed attenti gli ascoltatori (contictuere omnes intentique ora tenebant), racconta alla regina l’indicibile fine di Troia (Infandum regina iubes renovare dolorem).

Egli riferisce che, dopo dieci anni di assedio, una mattina i troiani videro che i greci erano nottetempo partiti, lasciando sulla spiaggia un enorme cavallo di legno.

Nello stupore e nella curiosità generale, unico fu Laocoonte, sacerdote di Nettuno, a dubitarne (Equo ne credite, Teucri. Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes). E per rafforzare il proprio scetticismo lanciò verso il ventre del cavallo una lancia che vi si conficcò con cupo rimbombo. (Stetit illa tremens, uteroque recusso insonuere cavae gemitumque dedere cavernae).

Ma in quel momento irrompe nella scena, portato in vincoli da alcuni guerrieri troiani, il greco Sinone. Egli racconta di essersi inimicato Ulisse e perciò di essere stato condannato a morte, riuscendo poi a fuggire. Svela, poi, ai troiani il significato del cavallo. Ttrattasi di offerta votiva   a Minerva: se il cavallo fosse stato introdotto in città l’avrebbe resa inespugnabile.

I Troiani credono alle parole di Sinone, anche perché due terrificanti serpenti, dagli occhi sanguigni, escono dal mare spumeggiante in ampie spire e avvinghiano e divorano i due figli di Laocoonte. Inutile è il soccorso che loro porta il sacerdote; rimane anch’egli preso e stritolato dalla morsa dei serpenti nonostante il tentativo di svincolarsi (Ille simul manibus tendit divellere nodos).

I serpenti si rifugiano sotto lo scudo della statua di Atena; questo episodio convince definitivamente i troiani delle parole di Sinone; trasportano, così, il cavallo dentro la città, abbattendo le porte per farlo entrare. In tal modo decretando la fine di Troia.

 

Analisi critica

Il gruppo scultoreo, attribuito ad Agesandros e ai suoi figli Athenodoros e Polydoros, appartiene al periodo ellenistico. Esso "immobilizza" Laocoonte e i due sventurati fanciulli nel momento fatale: i serpenti sono ormai avvinghiati ai loro corpi. L'espressione dei figlioli morenti è patetica e supplichevole, mentre il sacerdote, dalla muscolatura possente, mantiene, nonostante tutto, il suo eroismo. Il suo sguardo sembra chiedere: "perché?". Un monumento dalla forte complessità scenografica, nonché detentore di un forte pathos.  Il modellato risulta molto raffinato, e le figure hanno una impostazione, sia nella struttura fisica che nella posizione assunta, molto idealizzata. Ciò che più sorprende di questo monumento, molto ammirato sia in età rinascimentale che in età neoclassica, è soprattutto la grande padronanza tecnica dello scultore, nel riuscire a controllare in maniera unitaria le numerose linee compositive, che danno al gruppo scultoreo una forte dinamicità.

 

Il ritrovamento

Il gruppo del Laocoonte fu ritrovato a Roma agli inizi del Cinquecento, ridotto in più frammenti e incompleto. Secondo le concezioni estetiche del tempo, il gruppo fu oggetto di un pesante restauro di ripristino: fu praticamente ricomposto reintegrando quasi tutte le parti mancanti con parti scolpite ex novo, in particolare quelle, quali il busto del padre, che risultavano indispensabili per ridare unità al complesso monumentale. Sembra essere stato Michelangelo stesso a collegare la statua ai versi di Virgilio, nonché a metter mano nel restauro.

 

Curiosità

Questa scultura è legata a una serie di peripezie, con colpi a sorpresa degni di un giallo archeologico.
Nel 1796 Napoleone si porta il Laocoonte a Parigi… tutto sommato per poco. Passata la ventata napoleonica sull'Europa, nel 1815 la scultura riprende la via delle Alpi in direzione sud. Ma a causa del ghiaccio, sul valico del Moncenisio, il carro che lo trasporta si rovescia e la sventurata famiglia di marmo riporta… qualche frattura di troppo. Mai paura: i danni spingono a nuovi studi e ricerche.
Finalmente, nel 1905, l'ultima scoperta: nella bottega di un ignaro scalpellino di via Labicana, si trova un braccio di marmo antico… Avrete già capito a chi apparteneva…

10 septembre

2° Appuntamento: L'arte greca - Il Partenone

2° Appuntamento: Arte graca - Il Partenone

Il Partenone

 

Il Partenone o i templi greci in generale sono dei bellissimi esempi di illusione ottica.

                                                  

      Per vedere il tempio così come possiamo ammirarlo (figura 1) gli antichi greci erano costretti ad edificarlo con la colonne non parallele e con il timpano arcuato come nella fig.2.
La prospettiva imponeva di edificare in questo modo!
Infatti se avessero rispettato il parallelismo delle colonne e la perpendicolarità del timpano avremmo visto il tempio come disegnato nella figura n.3.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo tempio fu voluto da Pericle, che ricordiamo poiché fece vivere alla Grecia un periodo di grande splendore, e venne dedicato alla dea Athena Phartenos, da cui appunto il nome Partendone.

Pericle affidò la sovra intendenza dei lavori e la realizzazione delle statue al grande scultore Fidia.

L’architetto Ictino e il suo assistente Callicrate edificarono il tempio secondo i canoni dello stile dorico, ma l’opera risultò più grandiosa rispetto agli altri edifici dorici.

 

 

Ecco qui sopra i capitelli dei vari ordini architettonici.

L’ordine è il sistema secondo il quale colonne, capitelli, trabeazione e frontone sono armonizzati tra loro, costituendo così un canone definito e stabile.

 

L’ORDINE DORICO

L’ORDINE IONICO

L’ORDINE CORINZIO

La colonna dorica è la più antica e si erge direttamente sopra lo stilobate (lo zoccolo su cui poggiano le colonne) senza la base; il fusto è caratterizzato da scannellature ed è rastremato (cioè si restringe) verso l’alto. Il capitello è molto semplice e si compone di un anello schiacciato (echino) sormontato da un parallelepipedo basso (abaco)

La colonna dorica è di forma più agile e slanciata, con il fusto affusolato che poggia su un piedistallo formato da un anello concavo e uno convesso. Il fusto è ancora scanalato ma più fitto. Il capitello presenta due volute simmetriche.

Nella colonna corinzia compare un nuovo basamento (plinto) che solleva la colonna dallo zoccolo. Il fusto è ancora più esile mentre la forma del capitello è a “cesto”, scolpito con fogli d’acanto.

 

 

ORDINE DORICO

 

 

ORDINE IONICO                                      CAPITELLO CORINZIO

 

 

 

6 septembre

1° appuntamento: Arte greca - I vasi

La ceramica fu, per così dire, la primaforma d'arte greca. La sua maggior espressione si ha nel vasellame.
E come si pò osservare, i disegni raffigurati sono piccoli frammenti di vita quotidiana.
Oggi noi possiamo scrivere un diario o appunto creare uno space, dove lasciare impresse le memorie delle nostre giornate. Loro non avevano le nostre moderne tecnologie, utilizzavano quindi un modo diverso per comunicare con i futuri venuti.
Inoltre spesso le immagini erano dedicate agli dei, altra testimonianza di un modo di pensare e di una cultura diversa, che però risulta, almeno a mio avviso, molto affascinante.